di Alberto Magnani

L’evento «Not alone» in piazza San Pietro e altre otto sedi nel mondo, dal Congo Brazzaville al Perù

Città del Vaticano – «Mai più la guerra», basta armi nucleari, no alle violenze di qualsiasi natura e all’uso «manipolativo» di tecnologie e intelligenza artificiale. È il cuore del documento sottoscritto e declamato da 30 premi Nobel dal palco di «Not alone», il meeting per la fraternità organizzato dalla Santa Sede per rinnovare l’appello al cessate il fuoco su scala globale. L’obiettivo, dichiarato alla vigilia, è raggiungere un miliardo di firme a sostegno di un documento che vede fra i suoi redattori il fisico italiano Giorgio Parisi.

Il Papa, assente per il ricovero al Gemelli, ha affidato le sua parole al messaggio letto dal presidente della fondazione Fratelli tutti, il cardinale Mauro Gambetti. «Non stanchiamoci di gridare ’no alla guerra’, in nome di Dio o nel nome di ogni uomo e di ogni donna che aspira alla pace», in un testo che si sofferma anche sull’urgenza di superare i «vincoli di sangue o etnici, che riconoscono solo il simile e negano il diverso».

L’evento in otto piazza del mondo

L’evento si è svolto in simultanea fra piazza San Pietro e altre otto sedi nel mondo: Congo-Brazzaville, Trapani (dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans); Repubblica Centrafricana (Bangui); Etiopia; Argentina (Buenos Aires); Israele (Gerusalemme); Nagasaki (Giappone) e Perù (Lima).

Dopo la firma della dichiarazione, la giornata si chiusa con l’abbraccio nella piazza fra i giovani di due delegazioni di Russia e Ucraina, il suggello di un appello che si rivolge – anche – alla fine delle ostilità nell’Est Europa. Ad aprirla era stato un omaggio allo stesso Papa Francesco, costretto dalle condizioni di salute a recitare «in privato» l’Angelus di oggi e raggiunto dall’«abbraccio» augurato dal cardinale Gambetti.

L’appello contro le disuguaglianze e l’uso «manipolativo» delle tecnologie

Il meeting ha ospitato anche interventi musicali e artistici, dall’esibizione di Andrea Boccelli alla performance di danza eseguito dall’étoile Roberto Bolle sotto la basilica di San Pietro. Il clou è rimasta la dichiarazione declamata sul palco dall’attivista irachena Nadia Murad e l’economista Muhammad Yunus, rispettivamente Nobel per la pace nel 2018 e 2006. Nell’appello, sottoscritto a nome della Santa Sede dal Segretario di Stato Pietro Parolin, si entra nel vivo delle tensioni belliche e sociali che inquietano gli equilibri internazionali: la «terra macchiata» da odio, disuguaglianze, corruzione, come la descrive il documento, tratteggiando una via di uscita nella ricerca di una fraternità personale, spirituale, sociale (citando pari opportunità ed equità, incluse remunerazioni adeguate) e ambientale.

C’è un cenno anche all’uso «manipolativo» delle tecnologie e soprattutto dell’intelligenza artificiale, echeggiando i timori che aleggiano su scala internazionale per gli sviluppi distorti del settore, oltre alle condanne di«violenza sessuale e domestica» e «migrazioni forzate, pulizia etnica, dittature, corruzione e schiavitù». Sul versante delle proposte ne spicca soprattutto una, quella di istituire un «ministero della Pace» per promuovere stabilità e conciliazione fra i Paesi.

Mediterranea: non si finanziano lager libici

Gli appelli alla pace si sono intrecciati a quelli per la salvaguardia delle vite dei migranti e contro i «lager libici», un riferimento agli accordi siglati dal governo italiano per arginare i flussi nel Mediterraneo. «Non ci rassegneremo ai respingenti, non ci rassegneremo alle morti in mare. Prima si salva e poi si discute» ha dichiarato un esponente della Ong Mediterranea Saving Humansa dall’imbarcazione Mare Jonio, attraccata a Trapani.

Grandi (Unhcr): non dimentichiamoci del Sudan

L’emegenza umanitaria delle – e nelle – migrazioni è ricomparsa nelle parole dell’Alto commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, con l’appello a ricordare un conflitto fuori dai radar Ue: la guerra in Sudan. Il conflitto, esploso lo scorso 15 aprile nel terzo Paese africano per dimensioni, ha obbligato alla fuga centinaia di migliaia di sudanesi in meno di due mesi di ostilità. L’attenzione, però, fatica a crescere e i tentativi di dialogo si sono risolti con flop sia nelle tregue sia nelle negoziazioni triangolate da Usa e Arabia Saudita. «Ci sono 500mila sudanesi che scappano da una guerra di cui nessuno parla, una guerra fra generali che cercano supremazia. Non cerchiamo solo fraternità, ma uguaglianza nella fraternità».

ARTICOLO DE IL SOLE 24 ORE

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